Tempi di Covid 4
2020
- Anno
- 2020
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 120 × 80 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Nel ciclo «Tempi di covid», l’opera trasforma un gesto ordinario di convivenza tra uomo e animale nella misura di una libertà sottoposta a regole, mostrando come la pandemia abbia riscritto insieme lo spazio pubblico e l’esperienza quotidiana. Zampogna non rappresenta l’eccezionalità dell’emergenza, ma il modo in cui essa si deposita nei comportamenti minimi: uscire, camminare, accompagnare un cane. La scena appartiene così alla sua ricerca sulla contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale», ma qui l’interferenza non deriva soltanto da un’immagine pubblica sovrapposta alla vita. È la vita stessa ad apparire già disciplinata dai codici, dai dispositivi e dalle immagini della pandemia.
La postura curva dell’uomo, il volto coperto e la prossimità del cane comprimono la passeggiata in un movimento esitante, più simile a una permanenza sorvegliata che a un attraversamento libero. L’animale conserva il legame con una necessità concreta e corporea, mentre la figura umana sembra perdere consistenza, attraversata dalla trama che ne rende precari i contorni. Il motivo della stoffa, popolato da mongolfiere e forme decorative, introduce una promessa paradossale di viaggio e leggerezza proprio dove il movimento appare circoscritto. L’ampia forma ovale che sostiene le figure non definisce un luogo riconoscibile: agisce piuttosto come un recinto visivo, una porzione di esperienza concessa e isolata dal resto del campo.
La stoffa non accoglie dunque la scena come semplice fondo, ma la assorbe in un repertorio ornamentale che oscilla fra ambiente domestico, immagine infantile e comunicazione diffusa. In questa compenetrazione Zampogna evita tanto la cronaca quanto il simbolo consolatorio. Uomo e cane restano riconoscibili, ma la loro presenza è resa fragile dalla stessa superficie che li conserva. L’opera aggiunge al ciclo una dimensione sommessa della restrizione: non l’autorità dei protocolli o la teatralità delle immagini pubbliche, bensì la trasformazione silenziosa dell’abitudine. Ciò che rimane è una libertà ridotta a percorso minimo, ancora praticabile ma ormai inseparabile dal controllo e dalla vulnerabilità.











