Testo critico
Nel ciclo Tempi di Covid, quest’opera condensa una delle tensioni fondamentali della pratica di Gaetano Zampogna: il passaggio instabile tra il fatto storico, la visibilità mediale e l’erosione della presenza vissuta. L’immagine attinge alla risonanza pubblica dei riti funebri per il marito della regina d’Inghilterra, ma non assume una funzione di reportage. Zampogna riprende invece una figura diffusa a livello globale e la sottopone a un processo di destabilizzazione pittorica, trasformando l’identità sovrana in un’apparizione precaria, plasmata dal lutto collettivo e dalla ripetizione mediale. La figura frontale, riconoscibile dall’abbigliamento e dal portamento cerimoniale, è attraversata da colature verticali che infrangono l’integrità del ritratto. Questo dispositivo è centrale per la forza critica dell’opera. Il volto e il corpo rimangono leggibili, ma la loro autorità si dissolve in una condizione sospesa, quasi spettrale. La mascherina inscrive inequivocabilmente l’immagine nel presente pandemico, introducendo nel teatro della monarchia e del rituale di Stato il segno di un’esperienza biopolitica condivisa. Zampogna colloca così l’iconografia pubblica e la vulnerabilità quotidiana sullo stesso piano visivo, rendendo il potere inseparabile dalla fragilità. Come nelle opere precedenti incentrate sulla contaminazione tra «realtà reale» e «realtà mediale», il soggetto è meno un individuo che un costrutto mediato, logorato dalla sovraesposizione. Qui, tuttavia, l’ironia caratteristica di gran parte del lavoro di Zampogna è temperata da un registro grave ed elegiaco. Il supporto in stoffa non è un elemento incidentale: la sua morbidezza materica e la sua capacità di assorbimento consentono all’immagine di oscillare tra pittura, stendardo e sudario, rafforzando la sensazione che la storia contemporanea ci raggiunga già filtrata, già segnata dalla cerimonia, dalla distanza e dal decadimento. Ne risulta un’opera che si inscrive pienamente nella più ampia riflessione di Zampogna sul vuoto e sulla teatralità dell’esperienza moderna, segnando al contempo una registrazione più intima del tempo storico. In questo ritratto, la pandemia non costituisce soltanto il contesto, ma diviene una condizione della visione stessa. Ciò che appare davanti a noi non è la certezza della rappresentazione, bensì un’immagine in cui l’autorità, il dolore e la memoria pubblica sono tutti soggetti a dissoluzione.











