Tempi di Covid 11
2020
- Anno
- 2020
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 150 × 130 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Nel ciclo «Tempi di covid», l’opera trasforma la protezione dal contagio in una forma paradossale di esposizione, nella quale il riparo rende visibile soprattutto la distanza fra il corpo e il mondo. Zampogna non tratta la pandemia come un repertorio di episodi da illustrare, ma come una condizione che modifica il significato dei gesti ordinari e dei segni pubblici. La religiosa, figura legata alla prossimità, alla cura e alla vita comunitaria, viene ricondotta al regime di separazione imposto dall’emergenza. La sua identità sociale resta leggibile, ma non basta più a garantire una relazione: è il dispositivo protettivo a governarne la presenza.
L’ombrello bianco prolunga la mascherina in una seconda soglia, più ampia del corpo, e converte un oggetto quotidiano in una barriera quasi atmosferica. Il riparo non difende soltanto da ciò che viene dall’alto, ma interrompe lateralmente lo spazio condiviso, isolando la figura proprio mentre ne sottolinea la vulnerabilità. Di fronte a lei, la sedia vuota, resa quasi trasparente contro la stoffa floreale, conserva la forma di un incontro che non può avvenire. La tecnica mista lascia che figura e arredo affiorino senza separarsi pienamente dal supporto: il motivo vegetale li assorbe in una superficie domestica e ornamentale, attenuando il dramma senza cancellarlo. Come nelle «Macellerie», la decorazione non pacifica ciò che accoglie, ma mostra quanto facilmente una crisi possa diventare immagine consumabile.
Il lavoro porta così la consueta contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» dentro l’esperienza della distanza. Non occorrono qui emblemi spettacolari della pandemia: bastano un corpo schermato e un posto rimasto disponibile perché la quotidianità appaia riorganizzata dall’assenza. L’opera aggiunge al ciclo una misura silenziosa della vulnerabilità collettiva, affidando alla sedia il peso di una comunità sospesa. Ciò che resta non è la cronaca dell’emergenza, ma la percezione di uno spazio preparato per la relazione e ormai incapace di compierla.












