Tempi di Covid 16
2020
- Anno
- 2020
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 20 × 20 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Nel ciclo Tempi di covid, l’igienizzazione dello spazio pubblico diventa una figura della distanza, poiché il gesto di cura coincide con la cancellazione temporanea di ogni contatto. Zampogna non tratta il protocollo sanitario come semplice documento della pandemia, ma come forma assunta dall’esperienza collettiva quando la sicurezza richiede di separare corpi, superfici e presenze. L’azione ordinaria viene così sottratta alla cronaca e ricondotta alla tensione, centrale nella sua ricerca, fra realtà vissuta e immagine pubblica: il lavoro necessario a proteggere la comunità appare già tradotto nel repertorio riconoscibile dell’emergenza.
La figura protetta, piegata sull’asta orientata verso il suolo, riduce il corpo a esecutore di un protocollo e concentra l’azione su uno spazio da rendere nuovamente praticabile. La sua identità resta secondaria rispetto alla funzione, mentre la postura e l’attrezzatura costruiscono una presenza insieme operativa e remota. Il motivo geometrico della stoffa assorbe ambiente e operatore in una griglia ornamentale, trasformando l’emergenza in un ordine visivo insieme domestico e impersonale. Le forme ripetute non stabilizzano tuttavia la scena: attraversate dalla figura e interrotte dalla zona rossa, fanno oscillare ciò che accade fra segnale d’allarme, decorazione e memoria già schematizzata. La tecnica mista conserva l’attrito fra questi registri invece di ricomporli.
L’opera introduce nella riflessione di Zampogna un rovesciamento preciso. Se nelle precedenti mitologie mediatiche il presente veniva contaminato da pubblicità, premi e immagini in circolazione, qui è il protocollo stesso a produrre un’iconografia immediatamente condivisa. La sanificazione protegge, ma rende anche visibile un mondo nel quale ogni superficie è sospetta e ogni prossimità deve essere amministrata. Nel piccolo campo dell’opera, il dramma non esplode: viene ordinato, ripetuto e quasi incorporato nel tessuto. Proprio questa sdrammatizzazione lascia affiorare la condizione più inquieta della pandemia, cioè l’assuefazione a una realtà in cui la cura assume la forma della separazione.











