Tempi di Covid 13
2020
- Anno
- 2020
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 37.5 × 30.2 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Nel ciclo Tempi di covid, la protezione sanitaria preserva il corpo proprio mentre ne cancella l’identità, trasformando la figura umana in un segno pubblico dell’emergenza. Zampogna porta così al centro della pandemia un paradosso della visibilità: chi opera nello spazio esposto al contagio diventa riconoscibile attraverso i dispositivi che lo rendono irriconoscibile. La persona non è restituita come individuo, ma come immagine prodotta da una condizione collettiva, nella quale tutela, isolamento e anonimato coincidono. La ricerca sulla contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» trova qui una forma concreta: il protocollo sanitario non accompagna il soggetto, ne assume l’identità visiva.
La tuta bianca e la copertura del volto comprimono il corpo entro una sagoma quasi uniforme, lasciando emergere soltanto l’apertura scura degli occhi e il blu artificiale dei guanti. Questi scarti cromatici non restituiscono individualità, ma accentuano la distanza fra presenza fisica e funzione pubblica. Al tempo stesso, il motivo ornamentale della stoffa attraversa la figura e ne indebolisce i confini: il corpo protetto sembra affiorare dal tessuto e insieme esserne riassorbito. Il supporto agisce quindi come una seconda membrana, domestica e decorativa, che trasforma l’immagine dell’emergenza in qualcosa di prossimo, ripetibile e già predisposto alla normalizzazione.
L’opera introduce nel ciclo una riflessione sulla perdita di volto come prezzo della sicurezza e come forma della rappresentazione collettiva. Non mette in scena un gesto eroico né una cronaca riconoscibile, ma la condizione anonima di chi è definito dall’apparato che lo protegge. Rispetto alle precedenti mitologie mediatiche di Zampogna, qui l’immagine pubblica non promette consumo, fortuna o prestigio: organizza la sopravvivenza. Resta tuttavia la stessa ambivalenza, perché ciò che difende la vita converte la persona in icona funzionale, mentre l’ornamento assorbe il trauma nella continuità quotidiana.











