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Testo critico

Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.

La performance non consegna il movimento a corpi autonomi: nel ciclo Interferenze contemporanee, Zampogna fa della stoffa il campo che ne distribuisce e insieme ne contesta la presenza. La danza diventa una prova della visibilità, più che la registrazione di un'azione compiuta. Qui la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale», centrale nella sua ricerca, non richiede una finestra pubblicitaria o una citazione riconoscibile. Agisce nella difficoltà di distinguere ciò che appartiene ai corpi da ciò che appartiene alla superficie su cui appaiono. Il titolo promette un evento; l'immagine ne sospende invece la possibilità di essere restituito come un unico momento.

I piccoli segni neri ripetuti sulla stoffa attraversano anche le figure, sottraendo ai corpi la continuità necessaria per imporsi sul fondo. I dischi di colore accentuano questa instabilità: punteggiano lo spazio e incontrano le vesti, così che la differenza fra decorazione e presenza dipinta rimane mobile. Anche i gesti delle quattro figure, rivolti in direzioni diverse, suggeriscono un'azione condivisa senza riunirla in una coreografia leggibile. La stoffa non offre dunque un semplice ambiente alla danza. Il suo motivo interviene nella percezione del ritmo, interrompe i contorni e tratta i corpi come presenze esposte alla stessa ripetizione che organizza il campo visivo.

Rispetto alle immagini mediali inserite nella figurazione dei lavori precedenti, l'interferenza non arriva qui da un frammento esterno riconoscibile. È già nelle condizioni che permettono di vedere un gesto e di attribuirlo a qualcuno. La pluralità delle figure non garantisce una relazione stabile: ogni movimento sembra cercare un proprio spazio, mentre la trama lo riporta a una superficie comune. Resta così una performance che non si lascia possedere come spettacolo unitario, ma si offre per scarti, sovrapposizioni e apparizioni parziali.

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