Testo critico
La figura di Pippo Altomare emerge in una gamma ridotta di grigi, mentre impugna la mazza accanto a una grande grancassa. Lo strumento occupa la parte inferiore dell’immagine e altera le proporzioni consuete del ritratto: il volto resta il centro dell’identità individuale, ma è il volume circolare del tamburo a determinare il peso visivo della composizione. La postura leggermente inclinata e l’espressione distesa sottraggono la posa alla fissità commemorativa.
L’intera superficie è attraversata da una proliferazione di note e segni musicali. Sul fondo essi formano un campo fitto e apparentemente uniforme; sulla figura e sulla grancassa diventano invece un’interferenza più tenue, come se la musica passasse dalla dimensione sonora a quella epidermica dell’immagine. La distinzione tra soggetto e ambiente non viene cancellata, ma resa instabile attraverso variazioni di densità, contrasto e trasparenza.
Il lavoro affronta così un nodo ricorrente nella pratica di Zampogna: l’identità è costruita nel confronto con un repertorio di segni che circola al di fuori dell’individuo. Qui tale repertorio non appartiene alla pubblicità, ma alla codificazione visiva del suono. La notazione musicale funziona simultaneamente come contesto, ornamento e filtro, mentre la presenza concreta del corpo e dello strumento oppone alla ripetizione grafica una misura vissuta. Ne risulta un ritratto nel quale riconoscibilità personale e linguaggio condiviso restano sovrapposti senza coincidere.







