Primo tamburo
2010
- Anno
- 2010
- Dimensioni
- 150 × 115 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Primo tamburo sottrae la tradizione alla distanza del folklore e la fa sopravvivere come identità presente, precaria, attraversata dai codici dell’immagine quotidiana. Nel ciclo Mata & Grifone, avviato nel 2010, Zampogna non ricostruisce un Sud originario e intatto, ma riattiva le sue forme rituali dentro una visibilità contemporanea. Il suonatore non vale quindi come documento di una festa o come figura di costume: il titolo lo identifica attraverso la funzione musicale, mentre l’opera separa quella funzione dal corpo collettivo della banda. Il rito persiste, ma affidato a un individuo che sembra insieme rappresentarlo e restarne fuori.
L’isolamento frontale del musicista, reso più netto dagli abiti ordinari e dagli occhiali scuri, converte l’autorità del primo tamburo in una posa ambigua, sospesa fra appartenenza comunitaria e autorappresentazione. Lo strumento, dilatato fino a imporsi sul corpo, conserva la forza di convocazione del suono senza mostrarne l’effetto sugli altri: ciò che dovrebbe regolare il movimento comune diventa il segno muto di una comunità assente. La stoffa gialla, disseminata di piccoli fiori azzurri, non accoglie semplicemente la figura. Il motivo prestampato riaffiora sul volto, sugli arti e sulla superficie del tamburo, ne interrompe la continuità e sottopone uomo e oggetto alla stessa pressione decorativa. La presenza oscilla così fra immagine personale, apparizione processionale e memoria già assorbita dal supporto.
Rispetto alle precedenti contaminazioni fra «realtà reale» e «realtà mediale», qui il montaggio non oppone due immagini riconoscibili, ma agisce fra corpo, ruolo e trama. Il quotidiano non cancella il mito, così come l’ornamento non annulla il rito: entrambi ne rendono instabile l’autorità e impediscono che la tradizione si chiuda in un’identità pacificata. Primo tamburo introduce nella macchina visiva di Mata e Grifone una pausa solitaria. Allo spettatore resta una figura incaricata di dare il tempo agli altri, ma fissata in un presente senza corteo, nel quale la trasmissione culturale appare ancora possibile proprio perché non si offre come immagine integra.












