Grifone 5
2010
- Anno
- 2010
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 170 × 130 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Nel ciclo Mata & Grifone, il gigante sopravvive come autorità rituale solo accettando di entrare nel regime seriale dell’immagine contemporanea. Zampogna non recupera Grifone come testimonianza intatta di un passato meridionale, ma lo riattiva dentro una superficie già occupata da un’altra mitologia, quella del racconto illustrato e della sua riproducibilità. Il rito popolare e la cultura di massa non si oppongono quindi come autenticità e artificio: condividono lo stesso spazio e diventano due forme attraverso cui una comunità costruisce, trasmette e consuma le proprie figure.
La trama ripetuta delle vignette trasforma il fondo in un flusso mediale che sottrae al mito l’illusione di un’origine integra. Volti, automobili e dialoghi ritornano secondo una scansione regolare, senza comporre una storia leggibile, e convertono la narrazione in ambiente visivo. Contro questa serialità, la frontalità dal basso, lo sguardo rivolto verso l’alto e il rosso dell’abito restituiscono al gigante una presenza cerimoniale, ma la espongono anche come costruzione. La figura sembra imporsi sul tessuto e insieme dipendere da esso: il corpo dipinto interrompe la sequenza delle immagini, mentre la superficie stampata ne ricolloca l’autorità entro la circolazione contemporanea dei segni.
L’opera sposta così la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» dal terreno della cronaca e della pubblicità a quello della memoria rituale. Grifone non viene dissolto dal codice commerciale, né può dominarlo pienamente: acquista consistenza proprio nella loro coesistenza incongrua. Rispetto alle precedenti appropriazioni di Zampogna, l’immagine prelevata non agisce soltanto come citazione sovrapposta, ma come tessuto percettivo nel quale la leggenda deve trovare posto. Ciò che resta allo sguardo è un mito ancora riconoscibile, ma privo di distanza protettiva, costretto a misurare la propria durata con la ripetizione, il consumo e l’instabilità delle immagini del presente.













