Mata 3
2010
- Anno
- 2010
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 170 × 130 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
L’opera sottopone la memoria rituale di Mata a un regime visivo ripetitivo e commerciale, nel quale il mito può riapparire soltanto attraverso la contaminazione del presente. Nel ciclo Mata & Grifone, Zampogna non ricostruisce filologicamente la leggenda e non cerca un’immagine intatta del Sud della propria infanzia. Trasferisce invece la gigante entro il metodo che attraversa la sua ricerca, fondato sull’incontro fra codici incongrui e sull’intercambiabilità di esperienza vissuta e immagine già mediata. La figura rituale conserva così il proprio riconoscimento pubblico, ma lo riceve da un ambiente che non le appartiene e che impedisce ogni ritorno pacificato all’origine.
Il motivo seriale di pesci, barche e scritte legate alla pesca trasforma lo spazio della leggenda in una superficie di consumo, simile a un campionario nel quale immagini e parole valgono soprattutto perché possono ripetersi. Contro questa uniformità, la monumentalità frontale e lo sguardo rivolto verso l’alto conferiscono a Mata una presenza solenne, senza però sottrarla al tessuto. La stampa riaffiora infatti sul busto schiarito e ne incrina la compattezza: il corpo sembra insieme imporsi sul fondo e lasciarsene attraversare. La stoffa non accoglie semplicemente la pittura, ma agisce come un codice preventivo che assorbe figura, abito e spazio nello stesso circuito decorativo. Anche la collana, ridotta a una linea sospesa, trattiene un residuo cerimoniale senza restituire alla gigante una piena consistenza corporea.
Questa oscillazione fra autorità e assorbimento distingue il recupero del folklore da una celebrazione identitaria. La memoria del rito sopravvive perché accetta di diventare immagine contaminata, esposta alla serialità che organizza la visione contemporanea. Zampogna trasferisce così nel mito meridionale la tensione già attiva fra «realtà reale» e «realtà mediale»: Mata non rappresenta un’origine disponibile, ma una presenza che il presente rende visibile proprio mentre ne altera la stabilità. Allo spettatore resta una figura insieme prossima e irraggiungibile, solenne quanto precaria.












