Grifone 2
2010
- Anno
- 2010
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 160 × 130 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Grifone 2 mette in scena il mito non come memoria intatta, ma come presenza rituale che può sopravvivere soltanto contaminandosi con l’artificio visivo del presente. Nel ciclo Mata & Grifone, avviato nel 2010, Zampogna recupera i giganti leggendari legati all’immaginario meridionale e li sottrae tanto alla documentazione etnografica quanto alla nostalgia. Grifone non viene ricondotto a un’origine stabile: diventa una macchina figurativa in cui rito, ricordo e immagine contemporanea si compenetrano. Riaffiora così, in una forma diversa, il principio di contaminazione che attraversa l’intera ricerca dell’artista, dall’appropriazione di Artmedia allo scambio fra «realtà reale» e «realtà mediale».
La ripresa dal basso conferisce al gigante un’autorità cerimoniale, ma la prossimità del volto ne converte la monumentalità in una presenza esposta, quasi teatrale. Lo sguardo rivolto oltre il campo evita l’incontro con chi osserva e mantiene la figura in una condizione sospesa, come se il rito continuasse senza coincidere con il presente. A incrinare ulteriormente la sua compattezza interviene la stoffa animalier disseminata di rose blu: il motivo prestampato circonda il corpo e riaffiora attraverso le zone meno coprenti della veste, impedendo alla pittura di separarsi davvero dal supporto. Folklore e decorazione seriale non formano una gerarchia, ma un unico regime artificiale nel quale il pennacchio, il mantello e il fondo condividono la stessa evidenza scenica.
L’opera sposta quindi la leggenda dal territorio dell’origine a quello della visibilità. Il gigante conserva la propria statura simbolica, ma la sua identità dipende ormai dalla superficie che lo rende presente e insieme lo assorbe. Zampogna non oppone una cultura autentica alle immagini del consumo: mostra piuttosto che anche il mito, per tornare a essere visto, deve attraversare codici estranei e accettare una memoria instabile. Ciò che resta è una figura insieme solenne e vulnerabile, la cui forza rituale coincide con l’impossibilità di apparire in forma pura.













