Mata 2 2010
2013
- Anno
- 2013
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 160 × 130 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Mata 2 2010 trasforma la memoria rituale in una presenza instabile, nella quale la solennità del gigante meridionale sopravvive soltanto contaminandosi con i codici decorativi del presente. Nel ciclo Mata & Grifone, Zampogna non ricostruisce filologicamente la leggenda e non riduce la gigantessa a documento folklorico. La porta invece dentro il metodo che attraversa la sua ricerca, fondato sull’incontro fra immagini appartenenti a registri diversi. Il mito, così, non garantisce un ritorno all’origine: diventa una forma ancora attiva proprio perché accetta l’artificio, la sovrapposizione e lo spaesamento.
Il volto ingrandito e orientato verso l’alto monumentalizza Mata, ma la fissità dello sguardo la sottrae alla presenza individuale e la consegna alla sospensione dell’effigie. La figura sembra insieme prossima e irraggiungibile, investita di un’autorità che dipende dalla scala ma incrinata dalla sua evidenza costruita. A questa tensione risponde il tessuto stampato: rose rosse e macchie animalier non si limitano a circondare il corpo, poiché riaffiorano nel mantello azzurro e rendono permeabile il confine fra figura e ambiente. La stoffa agisce quindi come un repertorio visivo già dato, domestico e spettacolare, sul quale la pittura fa emergere il gigante senza separarlo del tutto dall’ornamento. Mata oscilla fra apparizione rituale, simulacro teatrale e immagine disponibile al consumo.
L’opera prosegue la riflessione di Zampogna sull’intercambiabilità fra «realtà reale» e «realtà mediale», ma la trasferisce dal presente pubblicitario a una memoria collettiva del Sud. Anche la tradizione, una volta tradotta in immagine, non resta immune dai linguaggi che la espongono e la fanno circolare. Ciò che sopravvive non è dunque un’identità intatta, bensì una figura resa contemporanea dalla propria contaminazione. Mata conserva la gravità del rito mentre il decoro ne destabilizza l’autorità, lasciando allo sguardo una presenza insieme arcaica e artificiale.













