Arte al Sole, Mariangela
1996
- Anno
- 1996
- Tecnica
- Tecnica mista su tela
- Dimensioni
- 190 × 170 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Collezione privata
Serie
Testo critico
L’opera mette in crisi l’autonomia del ritratto, mostrando come un’identità individuale possa essere riscritta dalla scala, dal colore e dall’intrusione di un’immagine editoriale. Nel passaggio dalla stagione Artmedia al ciclo Ritratti, Zampogna non abbandona il prelievo, ma lo trasferisce dalla storia dell’arte alla comunicazione contemporanea. Il volto di Mariangela viene così posto accanto a una copertina de «Il Venerdì», dove la formula «Arte al Sole» associa informazione, citazione artistica e consumo culturale. Il rapporto fra «Realtà Reale» e «Realtà Mediale» non oppone più un soggetto autentico alla sua falsificazione: presenta due immagini già costruite, destinate a contaminarsi.
La dominante blu uniforma volto, abito e fondo, sottraendo alla figura ogni separazione stabile dall’ambiente e trasformandone la monumentalità in una superficie sospesa, prossima alla fotografia riprodotta. La riconoscibilità resiste, ma non garantisce accesso alla persona. In basso, il riquadro policromo della rivista interrompe questa continuità e introduce una seconda figura femminile, resa artificiale dalla capigliatura bionda, dalla posa e dal richiamo a un’immagine artistica preesistente. Lo scarto di scala non stabilisce una gerarchia: la piccola copertina concentra un codice pubblico capace di modificare retroattivamente il grande volto, mentre il titolo stampato estende al ritratto l’ambiguità fra opera, spettacolo e notizia.
All’interno di Ritratti, il lavoro segna dunque una fase in cui l’identità non è ancora dissolta, ma è già esposta ai dispositivi che la rendono disponibile e intercambiabile. La tecnica mista conserva l’attrito fra presenza pittorica e linguaggio editoriale, senza ricomporli in una narrazione unitaria. Anche la presentazione dell’opera nella rassegna antologica «Visioni Reali» ne conferma la posizione in una ricerca fondata sulla continuità fra appropriazione e mitologie mediatiche. Ciò che resta non è il confronto fra originale e copia, bensì una domanda sulla possibilità stessa di distinguere la persona dalla forma pubblica attraverso cui viene guardata.













