All’ultimo sangue
1995
- Anno
- 1995
- Dimensioni
- 130 × 160 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
La morte animale diventa qui il punto in cui cronaca e pubblicità rivelano una comune capacità di trasformare il trauma in superficie consumabile. Nel ciclo «La Carne», l’opera appartiene al passaggio immediatamente successivo ad Artmedia, quando l’appropriazione di immagini già codificate non scompare, ma si sposta dalla storia dell’arte alla produzione mediale del presente. La carne non è ancora la scena operativa e collettiva delle successive «Macellerie»: è un resto esposto, sottratto alla sequenza della violenza e rimesso in circolo accanto a immagini editoriali e pubblicitarie. Il titolo, ripreso dalla copertina inserita nella tela, trasferisce così una formula giornalistica sul corpo animale e ne rende instabile il referente.
Le tre teste animali, ingrandite e serrate in una dominante verde, impongono la morte come presenza fisica, ma l’uniformità cromatica ne attenua la specificità e le avvicina alla condizione di un’immagine stampata. Su questa massa quasi monocroma, la copertina de Il Venerdì di Repubblica e l’immagine pubblicitaria di United Colors of Benetton agiscono come finestre cromatiche autonome. La prima lega sangue, spettacolo e informazione attraverso una titolazione enfatica; la seconda mette in scena la differenza umana secondo il linguaggio sintetico della campagna pubblicitaria. Nessun inserto spiega gli animali. La loro giustapposizione produce invece un’equivalenza perturbante: corpi, notizia e comunicazione commerciale diventano materiali visivi concorrenti, separati all’origine ma resi simultanei dal montaggio.
L’opera anticipa un nodo che attraverserà la ricerca di Zampogna: «realtà reale» e «realtà mediale» non si oppongono più, perché entrambe arrivano allo sguardo come superfici organizzate. Rispetto alla successiva sdrammatizzazione delle «Macellerie», dove il damasco assorbe animale e carnefice nell’ornamento, qui il dramma è neutralizzato dalla compresenza con altri codici di forte presa pubblica. Ciò che resta non è una denuncia univoca della violenza, ma la misura della facilità con cui anche la morte può essere impaginata, intitolata e consumata.












