Senza titolo 3
2015
- Anno
- 2015
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 130 × 130 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Nel ciclo Macellerie, Senza titolo 3 mette in scena la sdrammatizzazione della violenza come passaggio dal corpo concreto al segno consumabile. La macellazione non è presentata come un evento eccezionale, ma come una procedura condivisa, nella quale i gesti umani si organizzano attorno alla carcassa senza produrre un vero culmine narrativo. Zampogna riprende così la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» che attraversa la sua ricerca: ciò che dovrebbe imporre il peso irriducibile della morte viene assorbito da una rappresentazione chiara, quasi rarefatta, capace di rendere ordinario perfino l’atto più traumatico.
Il profilo verde, ingrandito e quasi grafico, trasforma l’animale in un emblema che invade la scena senza restituirgli consistenza. La sua scala separa l’immagine dalla carcassa distesa sul tavolo e produce uno sdoppiamento: al corpo sottoposto al lavoro corrisponde una sagoma già pronta a circolare come segno. In basso, la materia rosa e rossa si disperde oltre i limiti anatomici e sposta il sangue verso il registro di una superficie cromatica. Anche i tre operatori, definiti con intensità diseguali, sembrano perdere identità nella funzione che svolgono. Soltanto la maglia rossa concentra momentaneamente lo sguardo, ma la sua evidenza cromatica compete con la materia a terra e confonde abito, carne e residuo.
La stoffa accoglie questi livelli senza ricomporli, lasciando che pittura, disegno e vuoto mantengano una discontinuità percettiva. Rispetto alla decorazione damascata di altri lavori della serie, qui l’attenuazione del dramma passa soprattutto attraverso lo schiarimento e l’incompletezza dell’immagine: la scena appare insieme presente e già consumata. L’opera aggiunge così alle Macellerie una forma di cancellazione che non nasconde la violenza, ma la rende visibile come immagine impoverita d’intensità. All’osservatore resta la difficoltà di distinguere tra testimonianza, procedura e spettacolo, poiché il trauma sopravvive proprio nella facilità con cui può essere guardato.











