Senza titolo 7
2015
- Anno
- 2015
- Dimensioni
- 52 × 50 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
In Macellerie, la violenza non irrompe nell’ordine quotidiano, ma vi appare già addomesticata dalla stessa trama visiva che trasforma il lavoro, la carne e il consumo in immagini equivalenti. Zampogna non rappresenta il dramma della macellazione nel suo culmine, bensì il momento in cui esso è stato incorporato in una procedura ordinaria e può essere mostrato senza conflitto apparente. La ricerca sulla contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» trova qui una conseguenza precisa: ciò che dovrebbe conservare il peso irriducibile del corpo entra in un regime visivo capace di renderlo disponibile, familiare e quasi neutro.
La figura in camice espone un resto animale con la calma di un gesto professionale, e questa frontalità riduce la distanza fra testimonianza della violenza e presentazione della merce. Non è necessario riconoscere l’identità dell’uomo o la natura esatta del frammento per cogliere l’operazione: la posa consegna entrambi allo sguardo come componenti di una scena già normalizzata. La carta da parati intensifica tale processo sovrapponendo fiori, farfalle, scritte e griglie alla figura. Il supporto non contiene semplicemente l’immagine, ma la assorbe in un flusso decorativo e informativo nel quale corpo, abito e ambiente perdono gerarchia. L’ornamento non attenua la violenza cancellandola. La rende continua con il rumore seducente della comunicazione e del consumo.
Rispetto alla tradizione figurativa della macellazione, l’opera sposta dunque il trauma dall’atto rappresentato alle condizioni della sua visibilità. La convivenza senza attrito fra resto animale, posa professionale e superficie floreale mostra quanto facilmente il dramma possa diventare un’immagine fra le altre. In questo passaggio si riconosce un nodo centrale della ricerca di Zampogna: i codici che organizzano il presente non nascondono necessariamente il reale, ma lo rendono consumabile proprio mentre lo espongono. All’osservatore resta una scena leggibile e insieme moralmente instabile, nella quale la normalità costituisce la forma più perturbante della violenza.











