Senza titolo
2014
- Anno
- 2014
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 145 × 123 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
L’opera trasforma il lavoro esercitato sul corpo animale in un’immagine di consumo, mostrando che la violenza contemporanea diventa tollerabile quando la decorazione ne disperde l’intensità. Nel ciclo Macellerie, Zampogna non oppone semplicemente vittima e carnefice, ma osserva il processo attraverso cui la prossimità fra i due perde urgenza e diventa una scena assimilabile. L’azione precisa compiuta dall’uomo non è del tutto risolvibile dall’immagine, e proprio questa incertezza sottrae il soggetto alla cronaca: ciò che conta è il gesto produttivo applicato a un corpo, già esposto alla trasformazione in materia e immagine.
La ripetizione di forme rosse simili a sezioni di carne attraversa uomo, animale e ambiente, convertendo l’anatomia in motivo ornamentale. Questi emblemi non si limitano a incorniciare l’episodio, ma ne interrompono la continuità e rendono intercambiabili carne reale, segno decorativo e superficie tessile. Anche la struttura lignea obliqua, sulla quale il corpo animale è trattenuto, espone l’operazione come su un dispositivo scenico: il lavoro quotidiano assume la rigidità di una rappresentazione, mentre il campo magenta nella parte inferiore ne conserva una gravità cromatica senza risolversi nell’evidenza narrativa del sangue. La stoffa assorbe così ogni distinzione stabile fra figura e fondo, facendo della contaminazione il vero soggetto del lavoro.
Rispetto alle precedenti sovrapposizioni fra «realtà reale» e «realtà mediale», qui la mediazione non arriva da una finestra pubblicitaria riconoscibile, ma è interiorizzata nella struttura stessa dell’immagine. Il dramma non viene cancellato: è distribuito, ripetuto e reso decorativo fino a perdere un centro. In questo modo Macellerie porta la ricerca di Zampogna verso una critica della sdrammatizzazione, nella quale il problema non è soltanto la violenza esercitata sul corpo, ma la facilità con cui lo sguardo contemporaneo può assorbirla come superficie, procedura e consuetudine.











