Senza titolo 6
2015
- Anno
- 2015
- Dimensioni
- 51.5 × 52 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Nella serie Macellerie, la violenza del macello perde la propria eccezionalità perché il gesto di lavoro viene assorbito da un ambiente ornamentale che trasforma il dramma in una scena disponibile al consumo visivo. Zampogna non mette semplicemente a confronto brutalità e bellezza decorativa: fa coincidere i due registri, così che il lavoro sul corpo animale possa apparire insieme concreto e stranamente ordinario. Prosegue così la sua riflessione sulla contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale», ma sostituisce alla finestra pubblicitaria un supporto domestico già carico di immagini, capace di rendere la violenza familiare prima ancora che venga rappresentata.
La carta da parati, popolata da foglie sovradimensionate e scimmie, converte il luogo del macello in una decorazione esotica e indifferente, cancellando la gerarchia fra organismo, ambiente e spettacolo. Il lavoratore, piegato su un’azione che l’immagine non consente di precisare, viene attraversato e quasi trattenuto da questa proliferazione stampata: il suo corpo resta presente, ma perde autonomia e diventa un episodio fra rami, animali e frutti. A impedire che tutto si risolva nell’ornamento interviene la materia rossa che invade il margine inferiore. La sua densità conserva il peso della carne e del lavoro, mentre gli schizzi rompono la continuità regolare del motivo. Eppure anche questa traccia tende a confondersi con il disegno, come se il sangue potesse diventare un ulteriore arabesco.
L’opera porta dunque la sdrammatizzazione al punto in cui non è più possibile separare nettamente il fatto violento dalla forma che lo rende guardabile. Le scimmie assistono senza testimoniare, il fogliame accoglie senza proteggere, la figura opera senza imporsi come protagonista morale. In questa equivalenza inquieta, Zampogna individua un tratto della percezione contemporanea: il trauma non viene negato, ma sottoposto a un regime visivo che lo addomestica, lo ripete e infine lo integra nel paesaggio quotidiano. Ciò che rimane non è la denuncia di un singolo gesto, bensì la consapevolezza che l’immagine può neutralizzare il dramma proprio mentre continua a mostrarlo.











