Senza titolo 2
2014
- Anno
- 2014
- Dimensioni
- 130 × 130 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
L’opera trasforma il mattatoio in un dispositivo di esposizione, nel quale la ripetizione ordinata della morte ne attenua il trauma e rende proprio questa attenuazione il suo nucleo critico. Nel ciclo Macellerie, Zampogna non insiste sull’atto della macellazione, ma sul regime visivo che permette alla violenza di diventare una presenza amministrata, seriale e quasi consueta. Il luogo produttivo assume così la logica di una vetrina: ciò che dovrebbe conservare il peso irriducibile del corpo viene disposto per essere contato, confrontato e consumato dallo sguardo.
La sequenza serrata delle carcasse sospese converte i corpi in moduli quasi equivalenti, facendo coincidere violenza, inventario e decorazione. Le differenze anatomiche non scompaiono, ma sono subordinate a un ritmo che assorbe ogni singolarità e stabilisce una continuità impersonale. Nella fascia inferiore, le colature rosse interrompono questa disciplina e attraversano i due crani come il ritorno di una materia che l’ordine superiore tentava di neutralizzare. Il colore non ricostruisce una scena cruenta: agisce come residuo, contaminando griglia, superficie e resti ossei. Il contrasto fra il pallore grafico delle carcasse e l’accento artificiale del rosso impedisce inoltre una lettura naturalistica, spostando la macelleria dal documento alla costruzione mentale e mediale del dramma.
Qui la sdrammatizzazione propria delle Macellerie non deriva dall’ornamento del supporto, ma dalla serialità stessa dell’immagine. La morte animale è resa leggibile attraverso un ordine che la normalizza, mentre le tracce cromatiche mostrano quanto tale normalizzazione resti incompleta. L’opera prosegue così la ricerca di Zampogna sulla contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale»: non oppone il fatto alla sua rappresentazione, ma mostra come la rappresentazione possa organizzarlo fino a renderlo tollerabile. Allo sguardo rimane una soglia ambigua, nella quale riconoscere la violenza significa anche misurare i dispositivi che la trasformano in superficie.











