Testo critico
L’opera mette in scena la carne come luogo in cui violenza materiale e conflitto sociale vengono resi equivalenti dalla circolazione delle immagini, trasformando il montaggio ereditato da Artmedia in una critica della visibilità contemporanea. Nel ciclo La Carne, avviato subito dopo la conclusione dell’esperienza del gruppo, Zampogna non abbandona l’appropriazione, ma ne sposta l’azione dalla storia dell’arte verso un presente composto da corpi, lavoro e comunicazione pubblica. La macelleria non vale soltanto come soggetto cruento: diventa la struttura entro cui la realtà fisica della morte incontra immagini già destinate alla riproduzione, mentre la protesta collettiva entra nello stesso regime visivo della merce.
La successione dei corpi animali appesi occupa quasi tutto il campo e converte la ripetizione della morte in una scansione anonima, prossima a un sistema di produzione. La dominante fredda attenua il dato organico senza cancellarlo, così che la violenza resta visibile ma sembra già sottoposta a una prima sdrammatizzazione. Su questa continuità pittorica, gli inserti con manifestazioni sindacali e il segno grafico riferibile a Keith Haring agiscono come finestre mediali: introducono il linguaggio del conflitto e quello di un’arte divenuta codice pubblico, ma la loro scala ridotta li rende anche fragili, quasi informazioni accessorie davanti all’evidenza seriale delle carcasse. Il montaggio non spiega il rapporto fra le immagini, ne misura piuttosto la disuguaglianza percettiva.
Rispetto alla fase Artmedia, il prelievo non mira più soprattutto a rimettere in gioco linguaggi del Novecento. Qui verifica che cosa accade quando un riferimento artistico riconoscibile e la documentazione di una lotta vengono assorbiti da una superficie dominata dalla carne esposta. L’opera anticipa così un problema che nelle successive Macellerie diverrà centrale: non la rappresentazione del dramma, ma il modo in cui la sua mediazione ne riduce l’intensità e lo rende consumabile. Al riguardante resta una coincidenza inquieta fra macellazione, lavoro e immagine, senza che il montaggio conceda una gerarchia morale capace di ricomporli.












