Senza titolo 4
1995
- Anno
- 1995
- Dimensioni
- 180 × 147 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
La carne diventa il punto in cui il corpo materiale e la sua costruzione mediale si rivelano reciprocamente vulnerabili. Nel ciclo La Carne, l’opera si colloca nel passaggio immediatamente successivo all’esperienza di Artmedia: l’appropriazione non riguarda più soltanto il repertorio dell’arte novecentesca, ma investe immagini editoriali, pubblicità e figure della cultura contemporanea. Zampogna porta così il metodo del prelievo dentro una pittura figurativa nella quale la presenza organica non garantisce alcun accesso a una realtà più autentica. Il corpo animale e le immagini stampate appartengono già allo stesso regime di esposizione, consumo e sostituzione.
La massa animale, ingrandita fino a occupare quasi interamente il campo e corrosa dalla dominante verde, perde ogni naturalismo: la carne appare insieme concreta e spettrale, privata del colore che potrebbe renderla immediatamente riconoscibile come materia viva o macellata. La pittura non restituisce integrità al corpo, ma lo trasforma in una superficie incerta, prossima alla riproduzione serigrafica. I due inserti editoriali accentuano questa instabilità. Il riquadro cosmetico promette la correzione e la presentabilità del volto, mentre la fotografia inferiore, associata nel record a Lucio Dalla e Mimmo Paladino, introduce un’identità culturale affidata alla circolazione pubblica dell’immagine. La loro scala ridotta non li rende marginali: agiscono come finestre che ricodificano la massa animale, facendo della carne il termine rimosso sul quale si fondano bellezza, riconoscibilità e prestigio.
Il lavoro anticipa quindi la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» che diventerà centrale nella ricerca successiva di Zampogna, ma la formula qui attraverso un attrito ancora aspro. L’immagine pubblicitaria non copre il corpo e la pittura non smaschera semplicemente la pubblicità. Entrambe mostrano che ogni presenza, biologica o sociale, viene resa disponibile allo sguardo attraverso dispositivi di selezione e consumo. Ciò che resta non è un’opposizione risolta fra autenticità e artificio, ma una materia comune nella quale il corpo, il volto e il personaggio pubblico rischiano la stessa perdita di consistenza.











