Senza titolo 8
1995
- Anno
- 1995
- Dimensioni
- 120 × 160 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
In La Carne, il conflitto sociale entra nello spazio della macellazione come un’immagine già mediata, e trasforma la contiguità fra corpi animali e folla politica in una misura della vulnerabilità collettiva. Realizzata subito dopo la conclusione dell’esperienza Artmedia, l’opera conserva il principio dell’appropriazione, ma ne sposta l’oggetto dalla storia dell’arte alla circolazione pubblica delle immagini. La manifestazione sindacale non viene assunta come documento autosufficiente, né la macellazione come semplice allegoria: il loro accostamento apre piuttosto un attrito fra partecipazione politica, esposizione dei corpi e perdita dell’identità individuale.
La sequenza dei quarti appesi, compressa in una dominante azzurra che attenua la consistenza organica, converte la carne in un ritmo impersonale e seriale. Su questa continuità interviene l’inserto serigrafico della manifestazione, la cui discontinuità fotografica agisce come una finestra mediale: la folla acquista la stessa condizione di immagine esposta, riprodotta e sottoposta allo sguardo che governa le carcasse. Il contrasto fra pittura e inchiostro serigrafico non ricompone i due registri, ma rende visibile la loro reciproca contaminazione. La fotografia porta nel mattatoio un episodio della vita civile, mentre il campo dipinto sottrae all’episodio la certezza del suo contesto. L’opera evita così un’equivalenza narrativa diretta fra lavoratori e animali, e insiste invece sul dispositivo che rende entrambi leggibili come collettività anonime.
Questo passaggio colloca il lavoro in un momento decisivo della ricerca di Zampogna: l’appropriazione non riguarda più soltanto codici artistici riconoscibili, ma il modo in cui l’attualità viene isolata, incorniciata e consumata. Prima che la dialettica fra «realtà reale» e «realtà mediale» diventi esplicita nei cicli successivi, qui essa prende forma come collisione materiale fra due superfici. Ciò che resta non è un commento univoco sulla protesta, ma il dubbio che anche l’azione collettiva, una volta trasformata in immagine, possa perdere spessore storico e diventare merce visiva.











