Senza titolo 6
1995
- Anno
- 1995
- Dimensioni
- 200 × 170 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Senza titolo 6 mette in scena la trasformazione della carne in immagine consumabile, facendo della macellazione il punto in cui violenza materiale, memoria culturale e circolazione mediatica diventano reciprocamente sostituibili. Realizzata nel 1995, subito dopo la conclusione dell’esperienza Artmedia, l’opera ne conserva il metodo di appropriazione e ricontestualizzazione, ma lo sposta dalla storia dell’arte alla vulnerabilità del corpo. Nel ciclo La Carne, la figurazione non ristabilisce una realtà integra: sottopone ciò che appare concreto allo stesso regime di prelievo, montaggio e perdita di contesto che governa l’immagine pubblica.
La carcassa sospesa, ingrandita fino a dominare il campo, conserva il peso di un corpo ucciso ma la dominante gialla e nera ne corrode la consistenza, convertendola in un segno esposto, insieme materiale e già riprodotto. La sproporzione non produce monumentalità celebrativa: rende la violenza inevitabile e, nello stesso tempo, stranamente disponibile allo sguardo. I due inserti fotografici, riferiti a Lucio Dalla e Mimmo Paladino e al Group of Eight, interrompono questa evidenza senza offrirle una spiegazione narrativa. La loro scala ridotta li fa agire come finestre mediali: cultura contemporanea e storia politica entrano accanto alla carne come frammenti equivalenti, sottratti alle rispettive circostanze e ricomposti entro un’unica superficie discontinua.
L’opera segna così un passaggio decisivo nella ricerca di Zampogna. Il procedimento maturato con Artmedia non scompare con il ritorno alla figurazione, ma diventa una grammatica capace di coinvolgere il corpo, la celebrità e la memoria collettiva. Prima che pubblicità e vita quotidiana siano dichiaratamente rese intercambiabili nei cicli successivi, qui la contaminazione agisce già come crisi delle gerarchie: l’animale macellato non è un emblema isolato, e le fotografie non sono commenti. Ogni immagine riduce e intensifica le altre, lasciando allo spettatore una realtà nella quale il trauma può essere visto soltanto attraverso forme già predisposte alla circolazione.












