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Senza titolo 4

2014

Anno
2014
Dimensioni
50 × 52 cm
Edizione
Unique
Disponibilità
Disponibile
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Testo critico

Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.

Nel ciclo Macellerie, l’opera trasforma l’esibizione della carcassa in una scena di ordinaria familiarità, dove la violenza del macello perde scandalo proprio perché l’ornamento e il gesto umano la rendono naturale. Zampogna non oppone la brutalità dell’animale ucciso alla neutralità del contesto, ma costruisce fra i due una continuità disturbante. La macellazione non appare come evento eccezionale: viene assorbita nella rappresentazione di un’attività consueta, fino a mostrare come il dramma possa diventare immagine disponibile, riconoscibile e facilmente consumabile.

La carta da parati, con la sua proliferazione di foglie, frutti e presenze animali, sottrae alla scena qualsiasi spazio neutro. Il primate che osserva dalla vegetazione non introduce una narrazione autonoma, ma allarga l’ambiguità fra natura rappresentata e natura trasformata in merce: uomo, maiale e animale esotico vengono ricondotti allo stesso repertorio visivo. Al centro di questa equivalenza, il corpo del maiale sollevato frontalmente dalla figura umana oscilla fra resto animale e oggetto presentato. La posa lo espone quasi fosse un prodotto o un trofeo, mentre lo sguardo dell’uomo, rivolto verso la carcassa, normalizza il contatto invece di caricarlo di pathos. Anche la sovrapposizione pittorica alla trama stampata conserva la discontinuità dei registri, ma impedisce che uno dei due prevalga davvero.

L’opera precisa così il nucleo critico delle Macellerie: la sdrammatizzazione non cancella la violenza, la rende più pervasiva perché la integra nell’ornamento e nell’abitudine. Rispetto alle precedenti contaminazioni fra «realtà reale» e «realtà mediale», qui l’interferenza non dipende da una finestra pubblicitaria riconoscibile, ma dalla convivenza immediata fra corpo, lavoro e decorazione. Ciò che resta non è lo shock della morte animale, bensì l’inquietudine di una visione che ha già imparato ad accoglierla senza interrompersi.

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