Senza titolo
2013
- Anno
- 2013
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 47.5 × 38.5 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.
L’opera mette in scena la sdrammatizzazione della violenza, trasformando il lavoro della macelleria in un’immagine che la decorazione e l’esposizione rendono ordinaria. Nel ciclo Macellerie, Zampogna trasferisce alla carne animale il problema già centrale nella sua ricerca: il modo in cui un fatto concreto perde intensità quando viene consegnato a un codice visivo che lo rende disponibile, familiare, consumabile. La scena non oppone brutalmente corpo e carnefice. Li include nello stesso regime di visibilità, dove il gesto professionale si separa dalle proprie conseguenze e il dramma può apparire con la naturalezza di una consuetudine.
La trama floreale invade uomo, carne e ambiente, assorbendo la violenza nell’ornamento. La tecnica mista su stoffa non si limita quindi a sostenere la scena, ma ne compromette la gerarchia: il motivo decorativo affiora attraverso le forme, attenua i confini e porta il corpo lavorato verso la stessa condizione del fondo. Anche la frontalità dell’uomo, sospesa tra gesto di lavoro e posa, converte l’azione in immagine esposta. Il suo sguardo interrompe la continuità dell’operazione senza trasformarla in denuncia esplicita. Stabilisce piuttosto una soglia ambigua fra presenza individuale e funzione, mentre la materia pittorica, ora più densa e ora quasi cancellata, impedisce alla scena di fissarsi come documento.
In questa convergenza fra mestiere, decorazione e immagine si precisa uno snodo della ricerca di Zampogna. La contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale», elaborata nei cicli precedenti, non dipende più soltanto dal montaggio di fonti eterogenee: agisce nella perdita di distanza morale prodotta dalla superficie stessa. L’opera non spettacolarizza la violenza e non la nasconde. Mostra invece il processo con cui essa diventa tollerabile perché integrata in un ordine quotidiano dello sguardo. Ciò che resta non è la certezza di un’accusa, ma il disagio di riconoscere quanto facilmente il dramma possa assumere la forma rassicurante dell’abitudine.
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