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Marilyn Monroe

1996

Anno
1996
Dimensioni
180 × 205 cm
Edizione
Unique
Disponibilità
Collezione privata

Serie

Testo critico

Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.

In Marilyn Monroe il mito della forza naturale viene reso inseparabile dalla fabbricazione mediatica del desiderio, così che il cavallo e la celebrità appaiono come corpi ugualmente disponibili allo sguardo. Nel ciclo Cavalli, Zampogna non assume l’animale soltanto come emblema di energia, velocità e potenza, ma ne sottopone l’immagine alla contaminazione con un’icona editoriale già consumata dalla riproduzione. Il riferimento a Marilyn Monroe, introdotto attraverso «Playboy», non aggiunge una narrazione al dipinto: trasferisce sul cavallo la stessa economia visiva che trasforma un individuo in mito pubblico e il corpo in superficie di circolazione.

Il cavallo abbassa il capo e attraversa il campo in una postura priva di slancio, che converte la potenza animale in presenza esposta e consumabile. La sua massa quasi bianca emerge da un ambiente scuro, ma le abrasioni e le velature ne indeboliscono la consistenza, come se anche la pittura fosse sottoposta all’usura di un’immagine riprodotta. Sovrapponendosi al dorso e alla groppa, la copertina di «Playboy» interrompe l’unità del corpo e impone alla scena il codice frontale della comunicazione editoriale. Il contrasto fra il passo dimesso dell’animale e la posa offerta dalla copertina non oppone natura e artificio. Al contrario, li rende due forme della medesima esposizione, nelle quali il desiderio è già organizzato da un dispositivo visivo.

L’opera occupa così un passaggio decisivo nella ricerca successiva ad Artmedia: l’appropriazione non riguarda più soltanto la storia dell’arte, ma investe le mitologie mediatiche che regolano la percezione contemporanea. La «realtà reale» del corpo animale e la «realtà mediale» della celebrità non restano separate per scala o funzione, poiché l’inserto invade fisicamente la figura e ne modifica la leggibilità. Ciò che rimane non è il confronto tra innocenza animale ed erotismo pubblicitario, ma una più inquieta equivalenza. Ogni corpo, naturale o celebre, può essere isolato, denominato e convertito in immagine disponibile.

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