Pet of the year
1996
- Anno
- 1996
- Dimensioni
- 180 × 205 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Nel ciclo «Cavalli», l’opera mette la potenza animale alla prova di una tassonomia mediatica del desiderio, nella quale corpi diversi diventano equivalenti perché entrambi sottoposti a esposizione, possesso e consumo. Zampogna assume il cavallo, figura culturalmente associata a energia, velocità e dominio, ma ne sospende l’azione per confrontarlo con una copertina di «Penthouse». L’accostamento non costruisce un semplice contrasto fra natura e artificio. Mostra piuttosto come la realtà mediale possa appropriarsi della forza del vivente e ricodificarla secondo le proprie categorie, facendo della presenza fisica un attributo pubblicitario. Il titolo riprende la formula editoriale e ne estende l’ambiguità all’intera immagine: il termine «pet» oscilla fra riconoscimento, possesso e addomesticamento.
La scala dominante del cavallo e la sua uniforme cromia gialla gli conferiscono una presenza corporea che il fondo scuro separa dal mondo, trasformando l’energia vitale in un’immagine disponibile, quasi già predisposta per la riproduzione. Questa monumentalità, tuttavia, non preserva l’animale dalla contaminazione. La copertina sovrapposta alle zampe anteriori interrompe la continuità pittorica con la durezza serigrafica di un oggetto editoriale e istituisce una falsa unità fra due sistemi di rappresentazione. La formula «Pet of the Year» coinvolge simultaneamente la modella e il cavallo: la prima è classificata attraverso un linguaggio che la rende figura desiderabile e possedibile, il secondo viene attratto nella medesima economia dello sguardo. La sproporzione fra i due elementi non stabilisce una gerarchia, perché il piccolo inserto dispone del codice capace di nominare e quindi governare il corpo maggiore.
L’opera precisa così un passaggio centrale della ricerca successiva ad Artmedia. L’appropriazione non riguarda più soltanto la storia dell’arte, ma investe le immagini commerciali che organizzano l’esperienza contemporanea. Nel ciclo «Cavalli», la forza corporea non appare come un’origine intatta contrapposta ai media: è già vulnerabile alla loro grammatica, che trasforma qualità, identità e desiderio in categorie consumabili. Rimane una tensione irrisolta fra la gravità silenziosa dell’animale e l’esplicita sollecitazione della copertina. Proprio tale attrito impedisce all’immagine di pacificarsi e consegna allo sguardo una domanda sul confine instabile fra ammirazione, erotizzazione e possesso.








