Dialogo
2026
- Anno
- 2026
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 122 × 92 cm
- Edizione
- unique
- Disponibilità
- Disponibile
Testo critico
Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.
Il dialogo fra due figure non fonda uno spazio comune: è l'interferenza della superficie a decidere quanto dell'altro possa diventare visibile. Nel ciclo Interferenze contemporanee, Zampogna sposta il problema della contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» dentro le condizioni stesse dell'immagine. Non occorre individuare un messaggio pubblicitario o una citazione riconoscibile: qui è la possibilità di distinguere i corpi dal campo che li accoglie a essere messa alla prova. Il titolo promette uno scambio, ma la compresenza delle figure non basta a renderlo trasparente; l'incontro rimane affidato a una visibilità diseguale.
Le colature verdastre schermano soprattutto la figura a sinistra e fanno dell'ostacolo visivo qualcosa di più di un velo interposto: l'interlocutrice resta presente, ma la sua presenza arriva attraverso una superficie che la interrompe. Dall'altra parte, il gesto delle mani sembra articolare una risposta senza poter ristabilire una reciprocità piena. Il motivo ripetuto degli ananas, riconoscibile nella stoffa fra i corpi e intorno a essi, sottrae neutralità allo spazio dell'incontro: ciò che potrebbe separare due persone diventa una trama che le comprende entrambe. Le zone di colore alle loro spalle non fissano un luogo condiviso; accentuano piuttosto la differenza fra due modi di apparire sulla stessa superficie.
Rispetto alle immagini prelevate e ricollocate della fase Artmedia, l'interferenza agisce qui senza richiedere una fonte identificabile. Non cancella le figure né le riduce a segni astratti: le lascia abbastanza leggibili perché la difficoltà dello scambio resti percepibile. Anche la stoffa partecipa a questa condizione, perché il suo motivo non fa da cornice alla scena ma continua ad affiorare dove ci si aspetterebbe uno spazio libero per guardarsi. L'opera lascia così irrisolta una domanda propriamente visiva: non se i due parlino davvero, ma quale accesso reciproco sia possibile quando ogni presenza appare già attraversata da un altro linguaggio.






