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Senza titolo, 2026

2026

Anno
2026
Dimensioni
120 × 270 cm
Disponibilità
Archivio

Testo critico

Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.

Il riferimento ai riti giapponesi sposta lo sguardo dall’immagine di una cerimonia alla funzione del rito: dare forma a un passaggio, affidando a gesti ripetuti la possibilità di propiziare ciò che ancora non si conosce. L’opera non documenta una pratica specifica. Mette invece alla prova la distanza fra il desiderio di vedere e la necessità di attraversare un filtro, come se l’apparizione delle figure dipendesse da una soglia da negoziare ogni volta.

Nella ripetizione degli occhiali e delle scritte legate allo sguardo, il segno perde l’innocenza della decorazione e assume la cadenza di una formula. I teli traslucidi non svelano ciò che nascondono: rendono visibile l’atto di cercare una presenza senza poterla possedere. Anche la figura che tende un telo partecipa a questa operazione, insieme artefice e parte dell’immagine che tenta di aprire. La stoffa, anziché offrire un fondale, trattiene le figure sulla soglia fra corpo e apparizione.

Nelle Interferenze contemporanee il rapporto fra «realtà reale» e «realtà mediale» non passa più soltanto per l’accostamento di immagini differenti. Agisce nel modo stesso in cui un’immagine si lascia leggere. Il richiamo al rito propiziatorio non promette che il filtro possa essere rimosso: attribuisce al gesto di guardare una durata e una responsabilità, lasciando incerto ciò che quel gesto potrà far accadere.

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