Senza titolo
2017
- Anno
- 2017
- Tecnica
- Tecnica mista su stoffa
- Dimensioni
- 130 × 125 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
L’opera mette in scena non l’eccezionalità della violenza, ma la sua normalizzazione, assorbendo la macellazione in una continuità ornamentale che rende la sdrammatizzazione il vero trauma contemporaneo. Nel ciclo Macellerie, Zampogna non insiste sul gesto cruento come episodio culminante. Lo colloca invece dentro un regime visivo capace di accoglierlo, attenuarlo e renderlo consumabile. La scena di lavorazione del corpo animale perde così il carattere di evento separato e si offre come una delle immagini attraverso cui la società organizza la distanza dalle conseguenze materiali del consumo. La contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale», centrale nella ricerca dell’artista, agisce qui senza bisogno di apparati pubblicitari espliciti: è lo stesso modo di vedere a comportarsi come un dispositivo di neutralizzazione.
Il motivo floreale della stoffa attraversa ambiente, operatore e carcassa, convertendo la separazione fra decorazione domestica e violenza produttiva in una convivenza visiva senza attrito. I fiori non incorniciano il soggetto, ma riaffiorano dentro i corpi e ne interrompono la gravità, come se ogni presenza potesse essere ricondotta al medesimo repertorio decorativo. A questa assimilazione si oppone solo in parte la densità rossa e violacea della massa animale, il cui peso cromatico trattiene una memoria della carne mentre la consegna alla superficie. La figura umana, schiarita fino alla parziale trasparenza, perde invece consistenza e responsabilità individuale: l’azione rimane leggibile, ma chi la compie sembra già assorbito dal supporto e dalla ripetizione ordinaria del lavoro.
L’opera porta dunque la riflessione delle Macellerie oltre una contrapposizione morale fra vittima e carnefice. Entrambi appartengono allo stesso campo, sottoposti a un’immagine che non cancella il dramma, ma ne riduce l’intensità fino a farlo coincidere con l’arredo. La stoffa conserva associazioni domestiche e teatrali, e proprio questa familiarità impedisce alla violenza di apparire estranea. Ciò che resta allo sguardo non è uno scandalo improvviso, bensì una condizione più difficile da respingere: la capacità contemporanea di convivere con il trauma quando la sua immagine è stata resa continua, gradevole e ripetibile.











