Senza titolo
1995
- Anno
- 1995
- Dimensioni
- 120 × 160 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
L’opera trasforma la memoria collettiva in una superficie mediale, dove l’Ossario del Verano e la manifestazione sindacale perdono la distanza che separa commemorazione storica e conflitto presente. Realizzata nel 1995, subito dopo la conclusione dell’esperienza Artmedia, appartiene a La Carne e conserva dell’appropriazione non tanto la citazione dell’arte novecentesca quanto il principio del montaggio fra immagini già investite di autorità pubblica. Il luogo destinato a custodire i morti e l’azione politica dei corpi riuniti entrano così in una medesima costruzione, nella quale la storia non si offre come racconto continuo, ma come insieme di tracce rese simultanee.
La dominante rossa assorbe paesaggio, monumenti e inserti serigrafici in un unico regime visivo, facendo oscillare ogni elemento fra presenza materiale, documento e riproduzione. Il nero non restituisce profondità al luogo, ma lo imprime come un’immagine sottoposta a una circolazione impersonale: gli alberi, i percorsi e le architetture funerarie conservano la propria riconoscibilità mentre perdono consistenza atmosferica. In questo campo cromatico, la giustapposizione con la manifestazione sindacale converte due forme di presenza collettiva, quella commemorata e quella politicamente attiva, in apparizioni immobili. L’inchiostro serigrafico non illustra quindi un evento accanto a un luogo, ma introduce nella pittura la discontinuità dell’informazione e ne incrina l’apparente unità.
Entro La Carne, il corpo agisce soprattutto attraverso la propria assenza o trasformazione: è il corpo consegnato all’ossario, ma anche il corpo plurale che acquista identità nell’azione sindacale. Zampogna anticipa qui la successiva contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale», mostrando che entrambe dipendono da dispositivi capaci di selezionare, fissare e consumare la memoria. L’opera non equipara morte e protesta sul piano narrativo. Le sottopone invece alla stessa pressione visiva, lasciando emergere una domanda più radicale sulla sopravvivenza dell’esperienza quando il suo accesso passa attraverso immagini pubbliche ormai inseparabili dalla loro riproduzione.











