Testo critico
Nel ciclo «Gratta e vinci», l’opera mostra come la promessa di fortuna possa occupare l’identità prima ancora di assegnarle un premio. Il gioco non compare come un episodio separato dalla vita, ma come l’ambiente visivo entro cui la persona viene resa leggibile. Zampogna trasferisce così sul ritratto la grammatica del biglietto istantaneo: l’attesa di un esito non riguarda soltanto una vincita possibile, ma investe la definizione stessa del soggetto. La speranza individuale entra in un sistema predisposto, nel quale ogni immagine sembra già destinata a una combinazione e a una verifica.
La ripetizione degli animali portafortuna riduce il loro valore propiziatorio a un repertorio seriale, pronto a essere contato e confrontato. Le sagome schematiche, distribuite senza costruire una scena, trasformano il fondo in un dispositivo che circonda la persona e ne condiziona la lettura. Al tempo stesso, la figura quasi monocroma attraversa il campo grafico senza dominarlo del tutto: la sua scala introduce una presenza singolare, ma la debolezza dei tratti e la continuità della carta la riconducono alla medesima superficie delle icone. Ne deriva un’identità sospesa, insieme estranea al gioco e già assorbita dal suo codice.
Il lavoro porta a una conseguenza ulteriore la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» che attraversa la ricerca di Zampogna. Qui la mediazione non si limita a sovrapporsi al ritratto, perché fornisce le condizioni attraverso cui il ritratto può apparire. La fortuna diventa una mitologia ordinaria e amministrata, capace di tradurre il desiderio in segni ripetibili mentre rinvia il momento della sua realizzazione. Ciò che resta non è la certezza del premio, ma una persona esposta alla promessa impersonale che dovrebbe distinguerla.












