Chi dorme non piglia.. corde
2009
- Anno
- 2009
- Dimensioni
- 125 × 130 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Testo critico
Nel ciclo «15 Ritratti, 15 Poeti», l’opera sottrae Beppe Sebaste alla stabilità celebrativa del ritratto facendo della lingua comune un dispositivo che insieme lo identifica e lo contraddice. Zampogna assume un volto riconoscibile e lo espone all’azione di due codici impersonali, il proverbio e il verdetto del gratta e vinci. Entrambi promettono una risposta immediata, l’uno sotto forma di saggezza, l’altro come esito della fortuna, ma qui la loro autorità si inceppa. La sostituzione di «pesci» con «corde» non completa il sapere collettivo: lo rende estraneo a se stesso e apre nel ritratto una zona di instabilità fra identità personale e linguaggio ricevuto.
La conclusione incongrua «corde» attraversa il volto all’altezza dello sguardo e spezza l’automatismo della lettura, così che la fisionomia non possa essere separata dall’errore che la disturba. Anche il verde acido, addensato lungo il perimetro e proiettato in tracce oblique sulla stampa, oppone l’irripetibilità del gesto alla riproducibilità serigrafica dell’immagine. Il volto resta leggibile, ma la pittura ne erode la continuità e lo trattiene fra apparizione individuale e superficie già circolante. In basso, la formula «Non hai vinto» introduce la freddezza amministrativa del gratta e vinci: non commenta soltanto una sconfitta, ma riduce proverbio e persona alla logica binaria di un responso.
L’opera porta così nella ritrattistica del 2009 una tensione già centrale nella ricerca di Zampogna, quella fra «realtà reale» e «realtà mediale», trasferendola dal montaggio delle immagini alla contaminazione fra volto, formula verbale e codice del consumo. L’amico poeta non viene consegnato a un’identità definitiva. Sopravvive invece nello scarto fra riconoscibilità e interferenza, mentre il proverbio fallito restituisce alla lingua una precarietà che l’uso ordinario tende a cancellare. Ciò che rimane non è la conferma di un carattere, ma un’identità esposta ai dispositivi collettivi che pretendono di nominarla e valutarla.













