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Testo critico

Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.

L’opera trasforma il corpo in una sequenza mediale discontinua, nella quale età, identità e presenza non si ricompongono più in un individuo stabile. Nel ciclo Pubblicità, Zampogna non oppone un’esperienza originaria alla sua contraffazione pubblicitaria, ma mostra come entrambe siano già organizzate da tagli, pose e gerarchie visive. Le figure vengono sottratte a una situazione leggibile e ricondotte a frammenti che sembrano appartenere a differenti momenti della vita. Questa possibile scansione anagrafica, tuttavia, non costruisce una biografia: converte l’esistenza in un repertorio di immagini anonime e intercambiabili.

La divisione in tre fasce orizzontali separa gambe, torso e volti, facendo del montaggio il principio che sostituisce l’unità del corpo. In alto e in basso, la densità violacea trattiene le figure entro campi scuri che ricordano immagini già stampate, mentre la zona centrale, sovraesposta e quasi priva di coordinate, dissolve il busto in una superficie luminosa. Il gesto della mano, vicino al petto, conserva una prossimità corporea, ma il taglio radicale ne sospende il significato e impedisce che diventi racconto. Acrilico, inchiostro serigrafico e olio non uniformano i registri: la compresenza di modulazione pittorica e impronta riproduttiva rende incerto quale immagine appartenga alla vita e quale alla sua costruzione mediale.

L’opera porta così la riflessione di Zampogna sulla «realtà reale» e la «realtà mediale» oltre il semplice accostamento di due domini. Il dispositivo pubblicitario agisce ormai dentro la percezione del corpo, che può essere segmentato, isolato e rimesso in circolazione senza conservare una memoria unitaria. Ciò che resta non è un’identità da riconoscere, ma una presenza distribuita fra dettagli incompatibili. La riproduzione nel volume «Realtà Reale & Realtà Mediale.» conferma la centralità di questa soglia nella lettura retrospettiva della ricerca.

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