Testo critico
Nel ciclo «Gratta e vinci», la promessa di fortuna non mette in moto l’esistenza, ma la trattiene in un’attesa dove perfino il movimento diventa una posa. Zampogna trasferisce sulla vita ordinaria la grammatica del biglietto promozionale, fondata sull’immediatezza del segno e sul rinvio indefinito della verifica. La persona non appare quindi come protagonista di un viaggio, ma come destinataria di una possibilità economica che resta sempre imminente. Il mezzo suggerisce uno spostamento concreto, mentre i simboli portafortuna impongono un’altra direzione, astratta e probabilistica: al procedere nello spazio si sostituisce l’attesa di un mutamento affidato al caso.
La figura seduta sul mezzo, con il busto rovesciato all’indietro, interrompe la funzione dinamica del veicolo e converte la corsa in sospensione. Il corpo sembra sottratto alla propria azione e consegnato a un richiamo che proviene dall’alto, proprio dove la grafica occupa il campo con una scala incongrua. Il ferro di cavallo e la coccinella, ingranditi e attraversati da interventi bianchi e colature rosa, perdono così la loro innocenza scaramantica e assumono l’autorità instabile di segnali promozionali. La discontinuità fra l’inchiostro serigrafico e l’acrilico non ricompone la scena: mette in attrito la riproducibilità impersonale del codice con la precarietà materiale dell’immagine, come se anche la fortuna fosse insieme annunciata e cancellata.
L’opera porta a un punto ironico e amaro la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» che attraversa la ricerca di Zampogna. Qui la mitologia pubblicitaria non si sovrappone semplicemente alla figura, ma ne riorganizza postura, tempo e orizzonte. La mobilità individuale sopravvive come immagine, mentre l’azione viene subordinata a un premio senza verifica. Ne deriva una contemporaneità in cui il desiderio di cambiamento non produce una scelta: mantiene il soggetto disponibile, immobile dentro la promessa che dovrebbe liberarlo.












