Zampogna e Schifano
1990
- Anno
- 1990
- Dimensioni
- 243 × 329 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
L’opera trasforma l’appropriazione in un conflitto di autorità: il lavoro di Schifano conserva la propria identità, ma Zampogna ne ridetermina il peso storico e percettivo entro un nuovo campo pittorico. Nel momento inaugurale di Artmedia, il «saccheggio» dell’arte del Novecento non coincide con una citazione rispettosa né con la cancellazione dell’originale. Consiste nel sottoporre un’opera già dotata di riconoscibilità e valore autoriale a un diverso sistema di relazioni. Zampogna non imita Schifano, ma ne incorpora materialmente il lavoro e trasforma la compresenza di due autori nel vero soggetto dell’opera.
La sproporzione fra il piccolo nucleo pittorico e l’estensione monumentale del supporto preserva l’identità dell’immagine appropriata mentre ne revoca l’autonomia. La gestualità cromatica di Schifano rimane concentrata e attiva, ma appare trattenuta entro una fascia bianca verticale che la espone come reperto, citazione e presenza concreta nello stesso tempo. Ai lati, i due campi neri impongono una simmetria severa e convertono quella fascia in una soglia: l’opera prelevata non si limita a occupare uno spazio predisposto, ma interrompe un ordine che, proprio attraverso l’interruzione, la domina. La rigidità del legno e la continuità dello smalto accentuano questa redistribuzione delle forze, contrapponendo alla mobilità del frammento centrale una superficie ampia, impersonale e quasi architettonica.
In Artmedia, la storia recente dell’arte diventa così una materia presente, disponibile a essere rimessa in gioco senza perdere del tutto la propria provenienza. Il gesto di Zampogna non pretende di assorbire Schifano in una nuova unità stilistica: mantiene visibile lo scarto fra i due linguaggi e costringe l’autorialità a manifestarsi come rapporto di forza, montaggio e dipendenza reciproca. L’opera anticipa un principio destinato a restare centrale nella ricerca dell’artista: un’immagine acquista senso non per isolamento, ma attraverso il campo estraneo che la contiene, la espone e ne altera la memoria.









