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Zampogna e Le Witt IV

1992

Anno
1992
Dimensioni
116 × 100 cm
Disponibilità
Archivio

Testo critico

Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.

L’opera rende intercambiabili l’ordine dell’avanguardia e quello della merce, sottoponendo l’appropriazione di LeWitt alla serialità competitiva della vetrina sportiva. Nel passaggio fra Artmedia e Vetrine, Zampogna non si limita a citare un linguaggio già codificato dalla storia dell’arte, ma lo rimette in gioco entro un dispositivo commerciale che ne altera lo statuto. La configurazione geometrica non domina il contesto né vi introduce un principio estraneo: viene invece costretta a condividere con i prodotti la stessa economia dell’esposizione, nella quale ogni forma vale perché è resa visibile, confrontabile e disponibile.

Il piccolo riquadro geometrico, collocato sullo stesso ripiano dei palloni, perde così l’autonomia dell’opera e assume il carattere ambiguo di un articolo esposto. La sua trama regolare trova un equivalente instabile nella ripetizione dei palloni, differenziati da colori, marchi e discipline: l’abbondanza commerciale si organizza come un sistema modulare che insieme assorbe e contraddice l’ordine attribuito a LeWitt. Il Cibachrome e la serigrafia non ricompongono i due registri in un’immagine pacificata. Rendono piuttosto materialmente evidente la loro contiguità, facendo convivere la seduzione fotografica della vetrina con la durezza impersonale del segno appropriato.

In questa equivalenza forzata si riconosce un passaggio decisivo della ricerca di Zampogna. L’appropriazione e il «saccheggio» di Artmedia anticipano qui la successiva contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale»: il linguaggio dell’arte e quello del consumo non si fronteggiano più da posizioni distinte, poiché entrambi dipendono da forme di riproduzione, riconoscimento e circolazione. L’opera lascia quindi irrisolta una tensione precisa. La geometria conserva la memoria dell’avanguardia, ma la vetrina la converte in differenza visiva fra altre differenze, esponendo quanto facilmente l’autonomia artistica possa diventare una modalità del valore commerciale.

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