Giocagiò 1
2004
- Anno
- 2004
- Dimensioni
- 100 × 70 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.
Giocagiò 1 trasforma la promessa della fortuna in un sistema chiuso, nel quale l’individuo è valutato dal gioco ma non può realmente giocare. Nel ciclo «Gratta e vinci», Zampogna dilata il codice del biglietto fino a farne lo spazio stesso dell’esperienza: la roulette non offre qui una decisione possibile, ma una grammatica che assegna valori, premi e combinazioni a una presenza già catturata. La formula ludica di «GIOCAGIÒ» conserva il tono imperativo della promozione, mentre «The Roulette» conferisce al dispositivo un’identità internazionale e impersonale. La speranza di una vincita si presenta così come linguaggio disponibile prima ancora del desiderio individuale.
La struttura in due fogli separa la ruota dalla figura e interrompe la continuità necessaria a una partita praticabile. Sul primo, cifre, importi e la ripetizione circolare di «VINCI» ruotano attorno a un centro abraso, che sostituisce l’esito con una zona opaca; sul secondo, numeri e segni geometrici circondano e attraversano il corpo, convertendo la persona in una variabile della stessa sintassi commerciale. La dominante rosa unifica i registri senza ricomporli: immagine fotografica, slogan e notazione monetaria appaiono equivalenti, ma non producono né racconto né regola. Anche il premio, annunciato e misurato, resta privo di accesso.
L’opera porta a una conseguenza radicale la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» sviluppata da Zampogna dopo Artmedia. Il soggetto non abita semplicemente l’iconografia del gioco: viene classificato da essa, come se identità e valore economico appartenessero alla medesima serie numerica. Rispetto alla catarsi mediocre evocata dal gratta e vinci, qui l’ironia nasce dall’impossibilità operativa del congegno. Tutto promette una partita, ma la disposizione dei frammenti ne impedisce l’avvio. Rimane un’immagine del desiderio amministrato, nella quale la fortuna non apre il presente a un cambiamento, bensì lo richiude entro formule già predisposte.
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