Testo critico
L’opera trasforma la ricchezza promessa dal gioco in un paesaggio totalizzante, dove il desiderio infantile di possesso viene educato dalla stessa iconografia che pretende di appagarlo. Nel ciclo «Gratta e vinci», Zampogna trasferisce la grammatica del premio dalla carta promozionale allo spazio dell’esperienza, fino a rendere il soggetto parte del dispositivo che lo seduce. Qui la fortuna non si presenta come evento possibile, ma come ambiente già predisposto: l’immaginario di Paperon de’ Paperoni associa accumulazione, gioco e innocenza, facendo apparire naturale una fantasia economica prodotta dalla cultura di massa.
Il campo giallo disseminato di monete e lingotti elimina ogni spazio estraneo alla ricchezza e converte l’immagine in una superficie continua di accumulazione, priva di un fuori nel quale il desiderio possa riconoscersi come costruzione. Contro questa saturazione, il bambino in grigio conserva la densità incerta di una presenza prelevata dalla realtà, ma la sua postura assorta non interrompe il codice che lo circonda. Lo scarto fra il corpo trattenuto e la mano guantata di Paperon de’ Paperoni, sospesa sopra di lui con la sicurezza impersonale del fumetto, mette in rapporto due regimi incongrui: la vulnerabilità dell’attesa e l’abbondanza senza peso della finzione. La tecnica mista mantiene visibile questa discontinuità invece di ricomporla.
Rispetto ad altre opere del ciclo, nelle quali parole, istruzioni e combinazioni assegnano all’individuo il ruolo di concorrente, qui è l’intero immaginario visivo a formare il desiderio prima ancora della giocata. La promessa del premio coincide con un’educazione sentimentale al possesso, affidata a un personaggio popolare capace di rendere l’accumulo familiare e festoso. L’ironia dell’opera resta perciò inseparabile dalla sua gravità: la ricchezza è ovunque, ma soltanto come immagine, mentre la presenza umana rimane ferma sulla soglia di una catarsi che il dispositivo può ripetere indefinitamente senza concederla.












