Testo critico
L’identità personale emerge come il prodotto instabile di codici pubblicitari che promettono distinzione, consumo e controllo del desiderio. Nel ciclo Ritratti, Zampogna non oppone un individuo autentico a immagini commerciali che lo assediano dall’esterno. Mostra piuttosto che la persona e la pubblicità appartengono ormai allo stesso regime di visibilità. Moda, alcol e cibo non costituiscono attributi biografici certi del soggetto, ma un repertorio di condotte e aspirazioni nel quale il volto viene chiamato a riconoscersi. La «realtà reale» e la «realtà mediale» diventano così intercambiabili proprio mentre sembrano ancora separate.
Il volto giallo, racchiuso in una cornice scura, conserva una precisa intensità fisionomica ma assume la fissità impersonale di un’immagine già riprodotta. La cornice interna sembra promettere uno spazio autonomo alla persona, mentre l’uniformità cromatica ne riduce corpo, incarnato e identità a una superficie disponibile. I frammenti di Moschino, Absolut Vodka e della pubblicità alimentare attraversano o aggirano quel limite, trasformandolo in una soglia permeabile. La loro discontinuità non produce un semplice collage di consumi: dispone intorno al volto tre grammatiche del desiderio, l’eleganza firmata, l’ebbrezza convertita in oggetto impeccabile, il cibo sottoposto alla retorica normativa del semaforo. La compresenza di modulazione pittorica e inchiostro serigrafico rende materiale il passaggio fra presenza singolare e riproducibilità tecnica.
L’opera precisa un nodo decisivo della ricerca successiva ad Artmedia: l’appropriazione non riguarda più soltanto la storia dell’arte, ma le immagini che organizzano la vita quotidiana. Qui la contaminazione non cancella interamente il soggetto. Lo mantiene visibile, quasi vigile, ma gli sottrae la possibilità di esistere fuori dai modelli che lo qualificano. Anche l’ironia dei messaggi commerciali resta ambigua, perché la scelta promessa dalla pubblicità coincide con una classificazione preventiva del desiderio. Ne deriva un ritratto senza interiorità dichiarata, nel quale l’identità sopravvive come punto di tensione fra riconoscibilità individuale e consumo dei segni.











