Testo critico
In «Margy» la promessa di fortuna assume il volto euforico di una mascotte pubblicitaria, mentre la persona che dovrebbe desiderarla viene sospinta ai margini della propria esperienza. Nel ciclo «Gratta e vinci», Zampogna non rappresenta semplicemente il gioco d’azzardo, ma trasferisce la sua grammatica dentro la vita ordinaria: premio, attesa e verifica diventano forme attraverso cui il soggetto percepisce la possibilità di mutare condizione. Qui la felicità non appartiene alla figura umana. È già confezionata in un emblema infantile, immediatamente leggibile e disponibile al consumo. L’opera porta così a compimento la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale»: non oppone una persona autentica a un’immagine falsa, ma mostra quanto l’immagine promozionale possa occupare il desiderio e organizzarne l’espressione.
La sproporzione fra la grande figura gialla sorridente e la donna in scala di grigi trasforma l’allegria commerciale in una presenza invasiva, che riduce l’individuo a comparsa. Il profilo femminile resta riconoscibile, ma la stampa discontinua ne consuma il corpo e lo confonde con tracce, velature e cancellazioni, mentre la mascotte conserva la compattezza aggressiva del proprio sorriso. Anche i cerchi parzialmente abrasi e la fascia turchese attraversata da cifre e segni conservano il rito della verifica senza concedergli un esito. Ciò che dovrebbe rivelare la vincita produce soltanto lacune. Il biglietto, ingrandito e privato della sua funzione, non offre più un risultato: costruisce un ambiente nel quale l’attesa si rinnova proprio perché non può essere risolta.
Rispetto ad altri lavori del ciclo, nei quali istruzioni, combinazioni e premi impongono una logica impersonale, «Margy» concentra quella stessa logica in un personaggio seduttivo. L’ironia del sorriso non attenua il fondo tragico dell’opera, ma lo rende più netto: la catarsi promessa coincide con un’immagine che sorride al posto del soggetto. Zampogna mostra così una contemporaneità svalorizzata nella quale la speranza sopravvive come automatismo grafico, mentre l’identità personale perde consistenza. All’osservatore resta il contrasto fra due presenze che condividono il foglio senza abitare lo stesso grado di realtà: una fragile e consumata, l’altra artificiale ma dominante.












