L’isola del tesoro 2
2003
- Anno
- 2003
- Dimensioni
- 100 × 70 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
L’opera sottrae all’isola del tesoro ogni possibilità di avventura e la converte in un regime di attesa, nel quale l’identità si misura soltanto attraverso i codici della fortuna. Nel ciclo «Gratta e vinci», Zampogna assume la promessa del premio come una mitologia mediatica capace di organizzare la vita ordinaria. Il tesoro non conclude più un viaggio né premia una scoperta: viene anticipato da una superficie che offre cifre, combinazioni e comandi, ma rinvia continuamente la loro verifica. La speranza di mutamento economico appare così come una catarsi mediocre, predisposta da un dispositivo rivolto a chiunque e garantito a nessuno.
La grammatica ingrandita del biglietto sostituisce al racconto una procedura impersonale: il titolo conserva l’eco dell’avventura, mentre numeri fortunati, importi e istruzioni riducono quella promessa a un calcolo. La figura seduta interrompe il codice senza riuscire a sottrarsi alla sua logica. Il profilo raccolto e l’attesa immobile non costruiscono un episodio autonomo, ma danno un corpo alla sospensione prodotta dal gioco. Anche la giuntura verticale fra i due fogli agisce criticamente, poiché attraversa il campo e rende precaria l’unità fra persona e apparato grafico. L’identità sopravvive come presenza trattenuta dentro una superficie che la classifica prima ancora di riconoscerla.
Zampogna porta qui a un esito ulteriore lo scambio fra «realtà reale» e «realtà mediale»: la grafica promozionale non si sovrappone semplicemente alla figura, ma ne determina il tempo, la postura e l’orizzonte possibile. L’ironia del titolo convive quindi con una condizione più grave. L’isola promessa è già disponibile come immagine, e proprio per questo non può essere raggiunta. Ciò che resta non è l’avventura del desiderio, ma la sua amministrazione seriale, affidata a segni che alimentano l’attesa mentre ne neutralizzano il compimento.












