Febbre da cavallo
2005
- Anno
- 2005
- Tecnica
- Tecnica mista su carta
- Dimensioni
- 100 × 70 cm
- Edizione
- Unique
- Disponibilità
- Disponibile
Serie
Testo critico
La promessa di riscatto economico trasforma qui la corsa, figura di energia e competizione, in una febbre amministrata dai codici impersonali del gioco. Nel ciclo «Gratta e vinci», Zampogna non rappresenta soltanto l’azzardo, ma ne dilata la grammatica fino a farne una condizione dell’esperienza ordinaria. Il cavallo, altrove associabile a velocità, potenza e mito, viene sottoposto alla logica del numero e della combinazione vincente. Anche la scritta «Febbre da cavallo» agisce in questa direzione: la passione evocata dal titolo assume la forma di un contagio fra desiderio individuale e promessa commerciale, nel quale la ricerca della fortuna sostituisce ogni autentica possibilità di trasformazione.
Le sagome dei cavalli, interrotte da campi circolari numerati e prolungate in colature, perdono continuità corporea e diventano combinazioni da verificare. Il movimento della corsa sopravvive, ma è irrigidito nella ripetizione seriale e contraddetto dalla materia che cola, come se la spinta in avanti producesse soltanto un’immagine instabile. Accanto a esse, la figura frontale non partecipa a una scena narrativa: la sua immobilità la espone piuttosto alla grammatica del gioco, mentre la dominante violacea uniforma corpo, spazio e scritta in una superficie prossima alla riproduzione stampata. L’individuo e la promessa restano separati, ma proprio questa mancata relazione mostra quanto il codice mediale sia già diventato il loro ambiente comune.
L’opera porta così l’ironia del ciclo verso un punto più grave. Il premio non compare come risultato, ma come attesa incorporata nelle immagini della competizione, nei numeri e nella postura sospesa della figura. La «realtà reale» e la «realtà mediale» non si distinguono più fra soggetto e biglietto: coincidono nella stessa economia visiva, dove energia, speranza e identità sono convertite in segni disponibili. Ciò che rimane non è l’eccitazione della corsa, ma una condizione di dipendenza dalla possibilità astratta del colpo di fortuna.













