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Animali portafortuna n° 12

2004

Anno
2004
Dimensioni
45 × 80 cm
Edizione
Unique
Disponibilità
Collezione privata

Testo critico

Testo redatto dall’archivio con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, non dall’artista.

In Animali portafortuna n° 12, la promessa della fortuna assorbe l’esperienza individuale dentro una grammatica di segni già predisposta, trasformando la speranza in un’immagine seriale da consumare. Nel ciclo Gratta e vinci, Zampogna non rappresenta semplicemente il gioco, ma ne assume il linguaggio come struttura della vita ordinaria: simboli beneauguranti, istruzioni e combinazioni numeriche promettono un mutamento che non dipende dall’azione del soggetto. La figura umana entra così in una realtà mediale che non si limita a circondarla, poiché ne stabilisce il valore e ne converte l’attesa in una procedura.

La sproporzione fra il grande uccello araldico e la donna monocroma rovescia ogni gerarchia plausibile: l’animale stampato domina il campo con l’autorità immediata di un emblema, mentre la persona appare ridotta a una pedina estranea alla scala e alla cromia del dispositivo promozionale. La sua sovrapposizione al titolo e alle istruzioni non restituisce centralità all’individuo, ma interrompe il messaggio senza sottrarlo alla propria logica. Anche le scritte coperte, le fasce nere e il numero seriale mantengono la comunicazione in uno stato di leggibilità incompleta, sufficiente però a riattivare il rito del biglietto. L’inchiostro serigrafico conserva la durezza impersonale della grafica commerciale, mentre l’acrilico introduce uno scarto pittorico che non riconcilia i due registri.

L’opera porta a un punto ironico e insieme tragico la contaminazione fra «realtà reale» e «realtà mediale» elaborata da Zampogna: non è più l’immagine pubblicitaria a inserirsi nell’esistenza, ma l’esistenza a occupare provvisoriamente uno spazio progettato per vendere probabilità. Presentata nella mostra Cirkus a Roma nel 2007, essa lega inoltre il gioco alla forma dello spettacolo, senza trasformarlo in evasione. Ciò che resta è una catarsi svalutata, nella quale la fortuna offre all’identità una posizione visibile soltanto a condizione di trattarla come un segno sostituibile.

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